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Canaiolo in purezza: tra durezza,
amabilità e nuovi inizi

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Canaiolo in purezza: tra durezza,
amabilità e nuovi inizi

Il Canaiolo Pieve di Campoli IGT rappresenta l’occasione per valorizzare le eccellenze del territorio, ampliando la gamma di prodotti con un vino poco conosciuto ma che grazie alla sua eccezionalità e rarità sprigiona tutta la magia e il fascino della terra che lo produce.

All’orecchio di chi il vino si limita a berlo e apprezzarlo senza entrare troppo nei dettagli dei processi e delle origini, la parola Canaiolo non suona familiare. Così come i suoi sinonimi Tindiloro, Caccione Nero, Uva Merla e Uva dei Cani. L’immaginario collettivo di quest’uva è debole e meno definito rispetto ad altre varietà. Eppure stiamo parlando di un vitigno importante, antico e tra i più diffusi della Toscana e dell’Italia Centrale. Risalente al periodo degli Etruschi non è andato perso e della sua sopravvivenza si potrà senz’altro rallegrare l’agronomo bolognese Pio De Crescenzi che nel 1300 nel suo “Trattato dell’Agricoltura” usò parole lusinghiere definendola “uva bellissima e da preservare”.

L’agronomo bolognese Piero De Crescenzi nel 1300 nel suo “Trattato dell’Agricoltura” la definì “uva bellissima e da preservare”

Poco celebre, confinato nell’ombra ma indispensabile, il Canaiolo ha attraversato i secoli contribuendo a costruire la storia dell’enologia toscana e a fondarne la reputazione. Nel 1872 entrò a far parte del disciplinare del Chianti Classico secondo la formula individuata da Bettino Ricasoli: 7/10 di Sangiovese, 2/10 di Canaiolo e 1/10 di Malvasia. Il “Barone di Ferro” così chiamato per il rigore morale e l’intransigenza, aveva individuato nel Canaiolo, un vino dai toni morbidi così come scrisse nella lettera inviata al Prof. Cesare Studiati dell’Università di Pisa, nella quale sintetizzò il frutto di 30 anni di lavoro e ricerca. “Mi confermai nei risultati ottenuti già nelle prime esperienze cioè che il vino riceve dal Sangioveto la dose principale del suo profumo (a cui io miro particolarmente) e una certa vigoria di sensazione; dal Canajuolo l’amabilità che tempera la durezza del primo, senza togliergli nulla del suo profumo per esserne pur esso dotato; la Malvagia, della quale si potrebbe fare a meno nei vini destinati all’invecchiamento, a diluire il prodotto delle due prime uve, ne accresce il sapore e lo rende più leggero e più prontamente adoperabile all’uso della tavola quotidiana”.

Ad oggi il percorso del Canaiolo non si è arrestato, ma ha registrato piuttosto un’importante tappa che consentirà di assaporare la ricchezza di questo vitigno da un’altra prospettiva, completamente rinnovata. Fedele alla propria visione, che vede come priorità la valorizzazione del territorio, Pieve di Campoli ha deciso di cimentarsi in un’azione inconsueta: da una storica vigna dell’azienda, è stato ricavato un Rosato di Canaiolo e un Canaiolo IGT in purezza, invecchiato 12 mesi in barriques. Il vitigno che deve il suo nome ai giorni della Canicola, quando tra luglio e metà agosto le uve invaiano, rappresenta da tempi immemori uno dei protagonisti della formulazione del Chianti Classico ma sono davvero rari i casi di una sua vinificazione in purezza, tanto nella storia più remota quanto in quella odierna. “È un’operazione importante e che si muove in due direzioni – spiega Andrea Paoletti, direttore dell’azienda. Da una parte la valorizzazione delle varietà autoctone ci consente di esprimere al massimo il potenziale del nostro territorio, dall’altra di ampliare la gamma e di offrire un prodotto di nicchia a cui il mercato, in particolar modo quello internazionale è sempre più interessato”. E cosi è avvenuto. Da adesso in poi il catalogo di Pieve di Campoli presenterà, accanto ai tradizionali Chianti Classico e Vin Santo, questa nuova etichetta che in parte riflette le vicende più antiche del Chianti Classico e in parte ne rappresenta un nuovo inizio, la spinta verso una frontiera ancora poco esplorata e che, grazie alla sua eccezionalità sprigiona ancora il fascino e la magia della prima volta.

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