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Andrea Paoletti, enologo umile
che lascia la parola al proprio vino

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Andrea Paoletti, enologo umile
che lascia la parola al proprio vino

Chiantigiano, cresciuto alla scuola di Bordeaux.
Oggi Andrea Paoletti, enologo umile e schivo, è il direttore dell’azienda agricola Pieve di Campoli

Quando frequentava l’Università di Agraria non aveva il vino in testa. Progetti e sogni lo proiettavano altrove, nel mezzo di una terra arida e lontana. Altro che Chianti Classico. A vent’anni Andrea Paoletti era un’idealista, deciso a entrare nella FAO e a volare in Africa per sconfiggere la fame nel mondo. Però non andò così. Agli sgoccioli del suo percorso universitario incontrò dei ragazzi che di ritorno dal continente africano gli dipinsero senza mezzi termini una situazione poco incoraggiante. “Non c’è nulla da fare, è impossibile cambiare le cose”. Per giorni e settimane Andrea rimase profondamente deluso. Poi un po’ d’istinto e un po’ per motivi geografici decise di buttarsi nel mondo del vino e diventare enologo.

Fu una scelta di continuità. Paoletti è chiantigiano, originario di San Casciano. Fin da piccolo, da quando trascorreva le estati a costruire capannine sugli alberi, ha imparato ad apprezzare e ad amare la campagna, la vita all’aria aperta. Come ammette lui stesso non sarebbe sopravvissuto facendo un lavoro d’ufficio. Invece il dividersi tra filari, terrazzamenti e ancora cantine, bottaie, assaggi e blend meditati si è rivelato il felice compimento di un destino che forse era già scritto. Il fare vino diventa presto dono per sé e per gli altri. Lo strumento per suonare la propria musica e lasciare una traccia.

Cerco sempre
di trasmettere
qualcosa
alle persone
con cui lavoro

È il 1995 quando inizia a collaborare come consulente per Pieve di Campoli, azienda agraria che dal 1985 riunisce per un’estensione di oltre 100 ettari le proprietà immobiliari e i terreni a vocazione agricola dell’Arcidiocesi di Firenze. Per Paoletti è un nuovo inizio da affrontare con l’esperienza raccolta durante gli anni e con la consapevolezza che la natura è padrona e governabile fino ad un certo punto, che tutte le annate hanno problematiche, che ci sono periodi benevoli e funesti, e l’unica cosa da fare è lavorare con ciò che offre la terra sfruttando al massimo le caratteristiche delle varie annate. “Già a quel tempo il patrimonio vitivinicolo dell’azienda era abbastanza rilevante – spiega – avevamo dei vecchi vigneti di oltre 50 anni che non erano economicamente sostenibili perché producono poco, ma interessanti per la qualità. Con pazienza abbiamo iniziato valorizzando quello che avevamo già consapevoli che in agricoltura ci vogliono almeno cinque anni per realizzare un’idea”. Così l’azienda che fino a quel momento si era limitata al conferimento di uva per importanti realtà del territorio inizia la sua avventura di produttrice e imbottigliatrice di vino. Nasce il marchio Pieve di Campoli e sotto la sua etichetta i primi vini: un Chianti Classico Riserva e il Vin Santo che fino a quel momento l’azienda aveva prodotto esclusivamente per i parroci.

Da qualche anno Andrea ricopre il ruolo di direttore dell’azienda agraria e ha avviato, in concerto con il consiglio di amministrazione e il direttore generale, una strategia produttiva che punta a fare di Pieve di Campoli un’eccellenza, un punto di riferimento nel Chianti Classico, un’azienda che abbia valore non solo commerciale, ma anche un valore sociale attraverso un’attenzione particolare al lavoro, alla sostenibilità e al territorio mantenendo le sue caratteristiche fondative. Schivo e riluttante a darsi un tono, nonostante sia stato e continui a essere l’autorevole consulente di importanti brand e siano diversi i grandi che sono andati a bussare alla sua porta. Tra questi anche un certo Francis Ford Coppola, celebre regista americano, ma anche produttore di vino nella Napa Valley. C’è poco altro da dire. Paoletti è un enologo di rango ma lui non si gonfia, rimane umile e non ha problemi nel raccontare come parte del suo successo e della sua storia siano da ascrivere agli incontri fatti, agli insegnamenti ricevuti, al confronto e al dialogo con i grandi maestri.

Una riconoscenza profonda che lo accompagna ogni giorno. “Ho ricevuto tanto e per questo cerco sempre di trasmettere qualcosa alle persone con cui lavoro. In questo mestiere insegnare non è facile. È un processo lungo che richiede non solo tempo ma anche una certa sensibilità e affinità da parte della persona. Però quando mi accorgo che la mia esperienza sta aiutando qualcuno a crescere sia umanamente che professionalmente mi sento più sereno”. E quindi tra il serio e lo scherzoso aggiunge. “Ho 65 anni, so che prima o poi dovrò andare in pensione, perciò quando finirò di fare questo mestiere voglio avere la certezza anche minima che le mie conoscenze siano arrivate a qualcuno. Sarebbe triste non lasciare niente”. Ma a Pieve di Campoli tutti sanno che difficilmente potrà accadere una cosa del genere. L’autorevole esperienza di Andrea ha permesso di tracciare una strada, avviare un percorso i cui primi germogli sono già visibili, pronti a farsi largo e a conquistare sempre più spazio.

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